La leggenda irlandese dietro la zucca di Halloween

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Si chiamava Jack. Nessuno ricordava più il suo vero cognome, ma tutti conoscevano il soprannome che si era guadagnato: Stingy Jack, Jack lo Spilorcio. Era uno di quegli uomini che entravano in una locanda senza una moneta in tasca e ne uscivano dopo aver bevuto tutta la sera, lasciando il conto a qualcun altro. Aveva sempre una scusa pronta, una storia da raccontare e un sorriso abbastanza convincente da farsi perdonare quasi tutto. Quasi. Perché a un certo punto, secondo la leggenda, le sue malefatte diventarono così famose da attirare l’attenzione di qualcuno che di cattive azioni se ne intendeva parecchio: Il Diavolo in persona.

Un ultimo bicchiere

Una sera, mentre Jack era seduto nella sua locanda preferita, uno sconosciuto si accomodò davanti a lui. Non sappiamo se avesse corna, zoccoli o un elegante cappotto nero. Le leggende, su questi dettagli, non sono mai particolarmente precise. Sappiamo però che Jack capì subito chi aveva di fronte. «Sono venuto a prenderti», disse il Diavolo. Jack guardò il bicchiere che aveva davanti. Era vuoto. «Proprio adesso?» «Proprio adesso.» Jack sospirò. «Capisco. Però sarebbe un peccato andarsene senza un ultimo brindisi.» Il Diavolo, che evidentemente non aveva molta fretta, accettò.

Ordinarono da bere. Jack scelse il meglio che la locanda potesse offrire e bevve con la soddisfazione di chi sta salutando il mondo senza dover pensare al domani. Poi arrivò il conto. Jack si tastò le tasche, guardò il soffitto e assunse un’espressione sinceramente dispiaciuta. «Che imbarazzo. Non ho una moneta.» Il Diavolo lo fissò. «Hai passato la vita a imbrogliare la gente e non hai neppure i soldi per pagare da bere?» «Appunto. Tu che puoi fare qualsiasi cosa, perché non ti trasformi in una moneta? Il locandiere sarà contento e noi potremo andare.» Il Diavolo trovò la richiesta ragionevole.

Fu il suo primo errore.

In un istante si trasformò in una moneta d’argento. Jack la raccolse e, invece di consegnarla al locandiere, se la infilò in tasca. Proprio accanto a una piccola croce che portava con sé. Ora, secondo la leggenda, quella croce impediva al Diavolo di riprendere la sua forma. Immagina la scena: il signore delle tenebre, intrappolato nella tasca di un ubriacone irlandese che non aveva nemmeno pagato il conto. «Tirami fuori di qui!» Jack sorrise. «Certamente. Ma prima dobbiamo metterci d’accordo.» Il Diavolo non aveva molta scelta. Jack gli propose un patto: lo avrebbe liberato se avesse promesso di lasciarlo in pace per dieci anni. Il Diavolo accettò. Jack tolse la moneta dalla tasca, la posò sul tavolo e il suo ospite tornò alla forma abituale. Poi scomparve.

Jack rimase solo, soddisfatto di sé. Non aveva pagato da bere, aveva guadagnato altri dieci anni di vita e, soprattutto, aveva appena fregato il Diavolo. Una serata niente male.

Passarono dieci anni. Jack continuò a vivere esattamente come prima, senza mostrare particolare interesse per il pentimento. Bevve, imbrogliò e si cacciò nei guai con la stessa dedizione di sempre. Poi, un giorno, il Diavolo tornò. Questa volta non aveva intenzione di farsi distrarre da un bicchiere. «Il tempo è scaduto, Jack.» Jack sospirò. «Hai ragione. Un patto è un patto.» Il Diavolo dovette esserne piacevolmente sorpreso. «Prima di andare, però», aggiunse Jack, «mi prenderesti una mela da quell’albero? È l’ultima cosa che desidero mangiare.»

Il Diavolo alzò gli occhi verso i rami. Una mela. Che cosa poteva mai andare storto con una mela? Si arrampicò sull’albero.

Fu il suo secondo errore.

Non appena lo vide abbastanza in alto, Jack tirò fuori il coltello e incise una croce sul tronco. Il Diavolo rimase bloccato tra i rami. «Jack!» «Sì?» «Togli immediatamente quella croce!» «Volentieri. Ma prima dobbiamo metterci d’accordo.» Questa volta Jack non chiese altri dieci anni. Chiese qualcosa di molto più ambizioso. «Promettimi che non prenderai mai la mia anima.» Il Diavolo protestò. Minacciò. Imprecò in modi che nessun parroco irlandese avrebbe mai osato ripetere durante la messa. Ma non riusciva a scendere dall’albero. Alla fine promise. Jack cancellò la croce dal tronco e il Diavolo, finalmente libero, scomparve senza neppure voltarsi.

Jack si allontanò fischiettando. Aveva appena fregato il Diavolo. Di nuovo. E questa volta per sempre. O almeno, così credeva.

L’uomo che non poteva fermarsi

Gli anni passarono e, come succede anche agli uomini più furbi, un giorno Jack morì. Si presentò alle porte del Paradiso con l’aria di chi pensa di riuscire a cavarsela con una buona spiegazione. Ma la sua reputazione lo aveva preceduto. Le porte rimasero chiuse. Jack protestò, naturalmente. Cercò di discutere. Forse raccontò perfino una delle sue storie migliori. Non servì a niente. Non gli restava che scendere all’Inferno. Lì, almeno, conosceva qualcuno.

Bussò. Il Diavolo aprì e, vedendolo, dovette provare una certa soddisfazione. «Jack. Finalmente.» «Eccomi.» «Che cosa vuoi?» «Entrare.» Il Diavolo sorrise. «Non posso.» Jack aggrottò la fronte. «Come sarebbe a dire?» «Ti ricordi quella promessa? Mi hai fatto giurare che non avrei mai preso la tua anima.» Jack rimase in silenzio. Era una situazione nuova per lui. «Ma allora dove dovrei andare?» Il Diavolo indicò l’oscurità alle sue spalle. «Non è un problema mio.» E chiuse la porta.

Per la prima volta nella sua vita, Jack aveva vinto una trattativa e perso tutto il resto. Non poteva entrare in Paradiso. Non poteva entrare all’Inferno. Non aveva una casa, un tavolo a cui sedersi o una locanda in cui raccontare le sue imprese. Aveva soltanto il buio. Jack bussò ancora. «Almeno dammi qualcosa per vedere dove metto i piedi!» Il Diavolo, forse per liberarsi definitivamente di lui, raccolse una brace ardente dalle fiamme infernali e gliela lanciò. Jack la prese, ma scottava troppo per tenerla in mano. Allora cercò qualcosa in cui sistemarla. Aveva con sé una rapa. La svuotò, vi infilò la brace e praticò alcuni fori perché la luce potesse uscire. Poi riprese a camminare.

E, secondo la leggenda, non si è mai fermato.

Per generazioni, nelle campagne irlandesi si raccontò di una luce solitaria che appariva nell’oscurità, tra i campi e lungo i sentieri. Una luce che si muoveva senza che nessuno riuscisse a vedere chi la portasse. La chiamavano Jack of the Lantern. Jack della Lanterna. Col tempo, il nome diventò Jack-o’-lantern.

Ed eccoci finalmente alla zucca.

Perché nella tradizione irlandese la lanterna di Jack non era affatto una zucca. Era una rapa. In Irlanda e in altre parti delle isole britanniche si usava intagliare ortaggi a radice, spesso dando loro volti spaventosi e illuminandoli dall’interno. Quando queste tradizioni attraversarono l’Atlantico con gli emigranti, incontrarono un ortaggio che si prestava molto meglio allo scopo: la zucca americana, grande, cava e decisamente più facile da lavorare. Con il tempo, le zucche illuminate sono diventate uno dei simboli più riconoscibili di Halloween.

Naturalmente, le tradizioni popolari non nascono quasi mai da una sola storia. L’usanza delle lanterne intagliate si è formata attraverso credenze e pratiche diverse, e la leggenda di Stingy Jack è una delle spiegazioni tramandate per il loro nome e il loro significato. Ma è difficile guardare una zucca illuminata senza ripensare a quell’uomo che riuscì a intrappolare il Diavolo prima in una moneta e poi su un albero, salvo scoprire troppo tardi che anche i patti più vantaggiosi possono avere conseguenze impreviste.

Così, la prossima volta che vedrai una zucca sorridere nel buio, prova a immaginare un viandante solitario che attraversa le campagne irlandesi con una brace accesa dentro una rapa. Un uomo che aveva passato la vita a cercare di non pagare mai il conto.

Alla fine, il conto arrivò lo stesso.

E non c’era più nessuno a cui lasciarlo.


ANCORA UNA STORIA?

Se sei arrivato fin qui perché qualcuno ti ha mandato questa storia, potresti essere anche tu una persona irrimediabilmente curiosa.

Una volta alla settimana racconto una storia che vale la pena conoscere. Da leggere o ascoltare.

La prossima arriva domenica.

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