Un racconto true crime
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La notte degli scherzi
La pioggia cadeva su Everett da ore, trasformando le strade in lunghe strisce lucide sulle quali si riflettevano le luci dei negozi. Era il 31 ottobre 1934, la sera di Halloween, e nella cittadina dello Stato di Washington le persone si preparavano a quella particolare notte dell’anno in cui il confine tra ciò che è reale e ciò che è soltanto uno scherzo sembra diventare più sottile. Per le strade si sentivano richiami, passi affrettati, voci che si rincorrevano nell’oscurità. I bambini andavano di porta in porta, mentre gli adulti osservavano con indulgenza quel piccolo disordine che, per una sera, era concesso a tutti.
Al numero 2101 di Colby Avenue, le vetrine di una panetteria illuminavano il marciapiede bagnato. Dietro quei vetri, William Buehrig stava terminando un’altra giornata di lavoro. Aveva trentaquattro anni, una moglie, una figlia nata da appena due mesi e una vita che, dopo molti cambiamenti, sembrava aver finalmente trovato una direzione.
Non poteva sapere che, di lì a poco, due uomini avrebbero varcato la soglia del suo negozio. Né che, quella notte, alcune persone avrebbero visto correre degli sconosciuti per strada senza comprendere ciò che era appena accaduto.
A Halloween, dopotutto, era facile scambiare qualcosa di insolito per uno scherzo.
E quella sera, a Everett, sarebbe stato un errore terribile.
Il fornaio venuto da lontano
William Buehrig non era nato in America. Veniva dalla Germania, dove aveva vissuto una giovinezza assai diversa da quella che conduceva ormai sulle rive del Pacifico. Durante la Prima guerra mondiale aveva prestato servizio come ufficiale di sommergibile, ricevendo decorazioni militari. In seguito aveva lavorato in banca. La sua vita avrebbe potuto proseguire in Europa, tra occupazioni rispettabili e luoghi conosciuti, se un incontro casuale non gli avesse aperto una strada inattesa.
Durante un viaggio in treno aveva conosciuto un turista americano. Tra i due era nata una conversazione, poi una simpatia sufficiente perché quell’uomo gli offrisse il proprio sostegno per emigrare negli Stati Uniti. William aveva accettato. Lasciarsi alle spalle un continente non significava necessariamente dimenticarlo, ma forse gli era sembrato possibile costruire altrove qualcosa che in patria non riusciva più a immaginare.
L’America gli aveva chiesto di ricominciare. Dopo un periodo di apprendistato come fornaio nel Kentucky, si era spostato verso ovest, attirato dai paesaggi dello Stato di Washington, dalle montagne e dall’acqua. Nell’estate del 1932 aveva acquistato la panetteria di Colby Avenue, a Everett. I giornali locali l’avevano descritta come uno degli esercizi più moderni della città.
William aveva trovato il modo di inserirsi nella comunità. Frequentava altri immigrati tedeschi, amava le attività all’aria aperta e ballava volentieri la polka e il valzer. Non era soltanto un uomo che si alzava presto per preparare il pane: aveva conosciuto la guerra, attraversato l’oceano, cambiato mestiere e lingua. E, nonostante tutto, era riuscito a crearsi una casa.
Con Ellen, sua moglie, abitava nell’appartamento sopra la panetteria. Nell’agosto del 1934 era nata Eleanor, la loro prima figlia. La bambina aveva appena due mesi quando arrivò Halloween. In casa, ogni cosa doveva ancora adattarsi alla presenza di una neonata: le ore di sonno, le abitudini, i piccoli gesti che scandiscono le giornate di una famiglia.
La sera del 31 ottobre, William era al piano di sotto. Ellen ed Eleanor erano nell’appartamento. Li separavano pochi metri, un pavimento, una scala. Una distanza tanto breve da sembrare incapace di proteggere o dividere qualcuno.
Fuori continuava a piovere.
Dieci dollari
Poco dopo le sei del pomeriggio, due giovani entrarono nella panetteria. Un terzo uomo li attendeva poco distante, a bordo di un’automobile rubata. Erano venuti per il denaro e avevano con sé una pistola calibro 32. All’interno del negozio, i due ordinarono a William di aprire la cassa. Lui si rifiutò.
Non sappiamo che cosa gli passò per la mente in quell’istante. Forse giudicò la richiesta un’intimidazione che poteva ancora essere respinta. Forse credette di avere il tempo di reagire. Di certo sappiamo che tra lui e gli aggressori scoppiò una colluttazione. Nel trambusto, uno dei rapinatori perse un berretto a quadri e il registratore di cassa venne rovesciato.
Partì un colpo, che si conficcò nel pavimento. Il secondo raggiunse William al cuore.
Il proiettile attraversò il suo corpo, uscì dalla spalla e terminò la corsa in una confezione di carta cerata. William crollò. La morte arrivò quasi subito, senza lasciargli il tempo di raggiungere le scale che conducevano a sua moglie e alla bambina.
Gli aggressori presero il denaro disponibile e fuggirono. Il bottino ammontava a dieci dollari.
Dieci dollari. Una somma che poteva essere contata in pochi istanti, infilata in una tasca e portata via sotto la pioggia. In cambio, un uomo di trentaquattro anni era rimasto disteso sul pavimento della propria panetteria.
Nella parte posteriore del locale lavorava un dipendente. Aveva sentito delle voci, ma inizialmente le aveva interpretate come le richieste particolarmente insistenti di qualcuno impegnato nei festeggiamenti di Halloween. Anche all’esterno un vicino vide degli uomini correre. Pensò che fossero ragazzi pronti a combinare qualche scherzo e si preoccupò soprattutto che non danneggiassero i cespugli del suo giardino.
La festa aveva offerto ai rapinatori un travestimento che non avevano avuto bisogno di indossare.
Non occorreva una maschera quando tutti erano già disposti a credere che ciò che vedevano fosse soltanto un gioco. Quando il dipendente comprese che qualcosa non andava e si avvicinò, era ormai troppo tardi. Anche Ellen, che aveva udito gli spari dall’appartamento, scese con la piccola Eleanor. Fino a pochi minuti prima, suo marito era stato al lavoro, proprio sotto i loro piedi. Ora giaceva immobile.
La figlia che teneva con sé era troppo piccola per capire. Non avrebbe conservato alcun ricordo di quella sera, né del padre che aveva perduto. La sua storia sarebbe cominciata con un’assenza, molto prima che fosse abbastanza grande da darle un nome.
Il berretto a quadri
La polizia arrivò e cominciò a ricostruire gli ultimi minuti di William Buehrig. C’erano una cassa rovesciata, i segni della colluttazione, due colpi esplosi e quel berretto a quadri abbandonato durante la fuga. C’erano persone che avevano sentito qualcosa e altre che avevano visto correre gli aggressori, ma nessuna aveva compreso in tempo il significato di quei rumori e di quei movimenti.
Gli investigatori cercarono i responsabili. Nelle settimane successive furono fermati sei sospettati, ma ciascuno disponeva di un alibi che lo escludeva dal delitto. Le piste si esaurirono una dopo l’altra. Il berretto, che sulle prime poteva sembrare una traccia promettente, non bastò a dare un nome agli assassini.
Intanto, nella panetteria, l’assenza di William era diventata una realtà concreta. Mancava l’uomo che l’aveva acquistata due anni prima, che aveva imparato un mestiere nuovo e vi aveva investito le proprie speranze. Mancava il marito nell’appartamento al piano superiore. Mancava il padre di una bambina che non avrebbe mai potuto chiedergli di raccontarle la sua infanzia, la Germania o il lungo viaggio che lo aveva condotto in America.
Ellen rimase ancora per qualche tempo a Everett. Poi vendette l’attività. All’inizio del 1935 tornò in Germania portando con sé Eleanor e le ceneri del marito. William venne sepolto nella sua città natale.
Per Ellen, il ritorno non poteva essere un semplice rientro a casa. Lasciava l’America dove aveva vissuto con William e dove lui era stato ucciso, senza sapere chi gli avesse sparato. Portava con sé una figlia piccolissima e una domanda alla quale nessuno aveva saputo rispondere.
Gli anni passarono. In Europa scoppiò un’altra guerra. Le notizie attraversavano l’Atlantico con difficoltà crescenti, e il delitto della panetteria di Colby Avenue divenne uno dei tanti casi che, col trascorrere del tempo, sembravano destinati a rimanere irrisolti.
Ma in una prigione americana c’era un uomo che conosceva la risposta.
Una lettera da Alcatraz
Il nome era Henry Theodore Young.
Non era un criminale sconosciuto alle autorità. Prima di arrivare ad Alcatraz aveva già accumulato una lunga storia di rapine e violenze. Aveva partecipato a sequestri, commesso furti e rapinato banche. La sua vita era stata segnata da una successione di reati che lo avevano condotto attraverso diversi penitenziari, fino alla prigione federale sull’isola nella baia di San Francisco.
Ad Alcatraz, Young aveva continuato a distinguersi per il suo comportamento difficile. Nel 1939 aveva partecipato a un tentativo di evasione insieme ad altri detenuti. Per mesi gli uomini avevano lavorato per aprirsi un varco tra le sbarre e, approfittando di una notte di nebbia, avevano cercato di raggiungere la terraferma su una zattera improvvisata. Il tentativo era fallito. Uno degli evasi era stato ucciso e gli altri erano stati ripresi.
Young era finito in isolamento. Quando era tornato tra gli altri detenuti, aveva ucciso a coltellate uno dei compagni coinvolti nell’evasione. Il processo per quell’omicidio aveva suscitato grande attenzione: i suoi difensori sostenevano che le condizioni di detenzione avessero compromesso profondamente il suo equilibrio psicologico. La giuria lo aveva infine riconosciuto colpevole di omicidio colposo, infliggendogli una pena molto inferiore a quella che avrebbe potuto ricevere per un omicidio volontario.
Nel frattempo, Young leggeva testi religiosi e libri di filosofia. Corrispondeva con una zia, Amelia, che era una suora cattolica. Dichiarava di volersi avvicinare alla fede e di desiderare una vita diversa. Non è possibile stabilire quanto vi fosse di sincero in quelle intenzioni e quanto, invece, appartenesse alla capacità di un uomo abituato a influenzare chi gli stava intorno.
Nel 1943 mise per iscritto una confessione nella quale ammetteva il proprio coinvolgimento in diversi crimini, compreso l’omicidio di William Buehrig. Nel 1944 quella confessione raggiunse le autorità della contea di Snohomish. La lettera proveniva da Alcatraz e arrivò sulla scrivania del procuratore Leslie Cooper.
A Everett, il nome di William Buehrig tornò così a comparire nei documenti giudiziari. Erano trascorsi quasi dieci anni da quella sera di pioggia. Il negozio aveva cambiato proprietario, la vedova e la figlia erano tornate in Europa, eppure la morte del fornaio non era stata dimenticata da tutti.
Young venne trasferito nella contea di Snohomish per rispondere dell’omicidio. Si dichiarò colpevole. Le indagini e il procedimento coinvolsero anche i suoi complici, Sherman Baxter e John Baker. Baxter testimoniò contro di lui, indicandolo come l’uomo che aveva esploso il colpo mortale.
La giustizia aveva finalmente davanti a sé il responsabile di quella rapina finita nel sangue.
Ellen ed Eleanor, però, non erano presenti.
Vivevano in Germania, mentre l’Europa era sconvolta dalla guerra, e non sapevano nemmeno che il processo fosse in corso.
L’uomo che non rimase in prigione
A quel punto, per Henry Young, la questione non era più stabilire se fosse colpevole dell’omicidio di William Buehrig. La sua ammissione e le testimonianze avevano portato il procedimento alla fase in cui bisognava decidere quale pena infliggergli.
La giuria, composta da dieci uomini e due donne, doveva scegliere tra l’ergastolo e la morte per impiccagione. Il procuratore Leslie Cooper chiedeva la pena capitale. Considerava Young estremamente pericoloso, intelligente e capace di manipolare gli altri. Temeva soprattutto che, se gli fosse stata risparmiata la vita, un giorno avrebbe trovato il modo di fuggire ancora.
Young, dal canto suo, dichiarò di essere cambiato. Parlò della religione e dei propri studi per diventare sacerdote. Assicurò che non avrebbe tentato altre evasioni.
La giuria scelse l’ergastolo.
Young tornò ad Alcatraz. Nel 1954 venne trasferito al penitenziario dello Stato di Washington, a Walla Walla. Lì lavorò in diversi reparti, tra cui quelli dedicati alle conserve alimentari, all’idraulica e ai lavori di costruzione. Con il passare degli anni, il suo comportamento migliorò abbastanza da consentirgli il trasferimento in una sezione di minima sicurezza.
L’8 giugno 1967 evase.
Il timore che Leslie Cooper aveva espresso molti anni prima si era avverato. L’FBI inserì Young nell’elenco dei ricercati più pericolosi e la sua fotografia tornò a circolare. Trascorsero sette mesi prima che qualcuno lo riconoscesse per strada, a Kansas City, la città in cui era nato. Un cittadino aveva visto il suo volto su una rivista dedicata ai fatti di cronaca nera e avvertì le autorità.
Young venne arrestato e riportato a Walla Walla.
Nel 1972 divenne idoneo alla libertà condizionale. Ma anche questa volta la sua presenza sotto il controllo delle autorità durò pochissimo: nel giro di due settimane si sottrasse alla sorveglianza e scomparve.
Da quel momento, le sue tracce si persero.
Nel 1999 il Dipartimento penitenziario lo dichiarò legalmente morto. Non era stata però accertata la sua sorte effettiva. Nessuno poteva dire con certezza dove avesse trascorso gli ultimi anni, né quando e come fosse morto.
Per le autorità, il nome di Henry Theodore Young era ormai legato a un lungo passato criminale, a un processo per omicidio, a evasioni e a una scomparsa rimasta senza spiegazione.
Per Eleanor Buehrig, invece, quel nome non significava ancora nulla.
Il volto di uno sconosciuto
Eleanor era cresciuta senza conoscere la verità sulla morte di suo padre.
Dopo gli anni trascorsi in Germania, lei ed Ellen erano tornate negli Stati Uniti nel 1947. Nel frattempo, il processo a Henry Young si era concluso da tempo. La confessione, le testimonianze e la sentenza erano state raccontate dai giornali americani, ma quelle notizie non avevano raggiunto le due persone che più di tutte avrebbero avuto motivo di conoscerle.
Per Eleanor, William Buehrig era rimasto un uomo del quale poteva ricostruire la vita soltanto attraverso le parole altrui. Sapeva che era nato in Germania, che aveva attraversato l’oceano e che aveva aperto una panetteria a Everett. Sapeva che era stato ucciso durante una rapina, la sera di Halloween, quando lei aveva appena due mesi.
Non sapeva chi l’avesse fatto.
Con gli anni aveva costruito la propria esistenza. Era diventata adulta, aveva formato una famiglia ed era diventata nonna. Il tempo aveva portato nuove persone, nuove responsabilità e nuovi ricordi, ma non aveva cancellato quella domanda rimasta sospesa dal 1934.
Nel 2009, settantacinque anni dopo l’omicidio, Eleanor Buehrig Vogel viveva nel Michigan. Decise di rivolgersi alla Biblioteca pubblica di Everett, la città dove suo padre era morto. Voleva sapere se esistessero ancora documenti, articoli o informazioni capaci di spiegare ciò che era accaduto.
I bibliotecari cominciarono a cercare.
Tra i materiali conservati trovarono ritagli di giornale che raccontavano il processo del 1944. C’erano i nomi degli imputati, le testimonianze, la confessione e la sentenza. C’era tutto ciò che Ellen ed Eleanor non avevano mai saputo.
E c’era anche una fotografia.
Per decenni Eleanor aveva vissuto senza conoscere l’identità dell’uomo che aveva ucciso suo padre. Ora poteva leggere il suo nome: Henry Theodore Young. Poteva sapere che era stato processato, che si era dichiarato colpevole e che una giuria lo aveva condannato all’ergastolo. Ma la fotografia le offriva qualcosa che nessun documento scritto avrebbe potuto darle nello stesso modo.
Un volto.
Eleanor lo guardò pensando a William, a quella sera lontana, agli ultimi istanti trascorsi nella panetteria. Le venne in mente che suo padre, prima di morire, doveva essersi trovato davanti proprio quell’uomo. Che i suoi occhi, forse, avevano incontrato quelli che ora lei vedeva riprodotti su un vecchio giornale.
Non era un’immagine piacevole da osservare. Era il volto di uno sconosciuto che aveva deciso, in pochi istanti, il destino di un’intera famiglia.
Eleanor non aveva ricordi personali di suo padre. Non poteva richiamare alla mente la sua voce, un gesto affettuoso o un momento trascorso insieme. Aveva imparato a conoscerlo attraverso ciò che le era stato raccontato e aveva dovuto accettare che una parte fondamentale della sua storia familiare rimanesse incompleta. Ora, finalmente, conosceva il nome e il volto dell’uomo che glielo aveva portato via.
Una storia finisce. Altre stanno per cominciare.
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Nota dell’autrice
Questo racconto è ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto a Everett, nello Stato di Washington, il 31 ottobre 1934. I nomi dei protagonisti, le circostanze dell’omicidio, le indagini, la confessione di Henry Theodore Young, il processo e la successiva scoperta di Eleanor Buehrig Vogel si basano su fonti storiche e giornalistiche. Le descrizioni ambientali, alcuni passaggi di raccordo e le considerazioni sui possibili stati d’animo dei protagonisti sono ricostruzioni letterarie, introdotte per restituire continuità narrativa alla vicenda.
Fonti storiche
- Taylor Russell, Everett mystery begins with the murder of bakery owner William Buehrig on Halloween night, October 31, 1934, HistoryLink.org, 27 dicembre 2025. https://www.historylink.org/File/23442
- Eric Stevick, The Secret of the Halloween Murder, The Daily Herald, 31 ottobre 2010, p. A1, citato nella ricostruzione di HistoryLink.
- Eric Stevick, Crime story more than history for Everett man, The Everett Herald, 4 novembre 2010. https://www.heraldnet.com/2010/11/04/crime-story-more-than-history-for-everett-man/
- The Daily Herald, articoli del 1934 e del 1944 relativi all’omicidio Buehrig e al procedimento contro Henry Young, elencati nella bibliografia di HistoryLink.

