La donna che fece perdere la testa a Casanova (e la pazienza a un senatore veneziano)
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La sera scendeva lentamente su Venezia. Gli ultimi raggi del sole sfioravano i tetti e lasciavano sull’acqua della laguna lunghe strisce rosate. Nella sua stanza, una giovane donna sedeva davanti allo specchio. Si chiamava Teresa Imer. Inclinò il viso verso la luce, osservò il proprio riflesso e, con la punta delle dita, sistemò una ciocca sfuggita all’acconciatura. Poi sorrise. Non un sorriso timido, di quelli che si concedono per compiacere qualcuno. Era piuttosto il sorriso di chi ha appena avuto un’idea e non ha ancora deciso se metterla in pratica.
Teresa aveva diciassette anni e studiava canto. Era cresciuta fra attori, cantanti e impresari, in un mondo dove bastava una battuta pronunciata al momento giusto per conquistare l’attenzione di un’intera sala. Ma quel giorno non aveva bisogno di un palcoscenico. Le bastava una finestra. Dall’altra parte del giardino, nel palazzo della famiglia Malipiero, un anziano patrizio veneziano aspettava con impazienza di scorgerla. Teresa sapeva di essere osservata e non aveva nessuna intenzione di rinunciare a quella piccola parte nello spettacolo. Non poteva immaginare, però, che un altro spettatore stesse per complicare terribilmente la rappresentazione. Si chiamava Giacomo Casanova.
Giacomo era ancora molto lontano dall’essere il celebre avventuriero che avrebbe attraversato l’Europa lasciandosi alle spalle debiti, amori, scandali e qualche marito furibondo. Per il momento era soltanto un giovane veneziano intelligente, curioso, di bell’aspetto e dotato di una disinvoltura che avrebbe potuto condurlo molto lontano. Oppure metterlo nei guai.
Il senatore Alvise Malipiero lo aveva accolto sotto la propria protezione. Gli apriva le porte del palazzo, lo introduceva in società e sembrava nutrire una sincera simpatia per quel ragazzo brillante. Giacomo aveva dunque ottime ragioni per mostrarsi riconoscente. E un’ottima ragione per non esserlo abbastanza: Teresa Imer.
Malipiero era invaghito della giovane cantante. La sua passione aveva quella particolare ostinazione che talvolta accompagna gli uomini abituati a essere ascoltati e obbediti. Teresa, però, non era un oggetto prezioso da collocare in una stanza e contemplare a piacimento. Aveva una voce da coltivare, una vita da vivere e una curiosità che difficilmente avrebbe potuto essere soddisfatta dalle attenzioni di un gentiluomo anziano. Il giovane Casanova, al contrario, sembrava fatto apposta per suscitarla.
Un giorno, trovandosi abbastanza vicini da poter conversare senza essere ascoltati, Teresa gli rivolse uno sguardo divertito.
«Vi vedo spesso a Palazzo Malipiero.»
«È un onore godere della benevolenza di un uomo tanto illustre.»
«E siete sempre così riconoscente verso i vostri benefattori?»
Giacomo esitò appena.
«Mi sforzo di esserlo.»
«Allora dovreste sforzarvi un poco di più.»
«Mi state rimproverando qualcosa, signorina Imer?»
«Non ancora.»
Teresa abbassò gli occhi, ma il sorriso le rimase sulle labbra. Giacomo capì che avrebbe dovuto andarsene. Era una conclusione perfettamente ragionevole. Per questo, naturalmente, rimase.
A Venezia le finestre erano indiscrete quasi quanto le persone. Ci si affacciava per prendere aria, per osservare il passaggio delle gondole, per salutare un conoscente. E, qualche volta, per vedere chi stesse osservando noi. Dalle finestre della casa di Teresa si poteva guardare verso il palazzo e il giardino dei Malipiero. Per il senatore innamorato, quella vicinanza era una piacevole opportunità. Per Teresa e Giacomo, divenne qualcosa di molto più pericoloso.
I due giovani cominciarono a cercarsi con quella naturalezza che gli innamorati attribuiscono al destino e che gli osservatori più maliziosi chiamerebbero semplicemente imprudenza. Bastava un’occhiata, una parola detta sottovoce, un incontro che avrebbe dovuto durare pochi istanti e si prolungava ben oltre il necessario. Giacomo era convinto di essere discretissimo. È una convinzione piuttosto comune tra i giovani che non hanno ancora imparato quanto sia difficile nascondere un sorriso.
Teresa, da parte sua, conosceva bene le regole del teatro. Sapeva quando entrare in scena, quando tacere e quando lasciare che fosse il silenzio a parlare. Ma anche la più abile delle attrici può trovarsi davanti a un imprevisto. E l’imprevisto, in questo caso, aveva un bastone da passeggio.
Quel giorno, Teresa e Giacomo avevano dimenticato per qualche istante la prudenza. Forse avevano creduto di essere soli. Forse il desiderio aveva avuto la meglio sul buon senso. O forse, più semplicemente, nessuno dei due aveva pensato a Malipiero finché il senatore non si era materializzato davanti a loro.
La porta si aprì. Malipiero si fermò sulla soglia. Per un momento, il silenzio fu assoluto. Giacomo si voltò, Teresa fece un passo indietro e il senatore guardò prima l’uno, poi l’altra. Non occorrevano spiegazioni. Anzi, sarebbe stato preferibile evitarle.
«Voi!»
Giacomo si raddrizzò.
«Eccellenza, permettetemi…»
«Permettervi?»
Il tono non prometteva nulla di buono.
«Vi ho accolto in casa mia!»
«E ve ne sarò sempre grato.»
Era, forse, la risposta meno opportuna che si potesse dare. Malipiero afferrò il bastone e Giacomo comprese immediatamente che la conversazione stava per assumere un carattere molto meno filosofico di quanto avrebbe desiderato.
«Fuori!»
Il giovane tentò di sottrarsi alla furia del suo protettore, ma il bastone raggiunse lo scopo prima che le parole potessero farlo. La benevolenza di Malipiero era terminata e con essa la frequentazione del suo palazzo. Quando Giacomo se ne andò, non aveva soltanto perduto un potente amico. Aveva imparato che gli amori clandestini comportano rischi assai concreti, soprattutto quando l’uomo tradito è a portata di bastone.
Quanto a Teresa, rimase a osservare le conseguenze di quell’improvvisa esplosione di gelosia. Non sappiamo che cosa disse, né se trovò la situazione tragica, spaventosa o semplicemente assurda. Ma è difficile non immaginare che, almeno per un istante, abbia pensato a quanto gli uomini fossero capaci di rendere complicata una faccenda già abbastanza complicata di suo.
Sarebbe facile fermarsi qui. Una giovane cantante, un senatore geloso, un ragazzo troppo intraprendente e un bastone: gli ingredienti di una perfetta commedia veneziana. Ma Teresa Imer non era destinata a rimanere una comparsa nelle memorie di Giacomo Casanova. La sua vita aveva in serbo un copione ben più movimentato.
Negli anni successivi lasciò Venezia e proseguì la propria attività artistica. Il teatro e il canto la portarono a conoscere città, persone e opportunità nuove. Si sposò con il ballerino e coreografo Angelo Pompeati e conobbe le difficoltà di una carriera costruita sul talento, sulle relazioni e su quella particolare miscela di audacia e fortuna senza la quale, nel Settecento, era difficile farsi strada nel mondo dello spettacolo.
Nel 1746 Teresa cantò a Londra nell’opera La caduta de’ giganti di Christoph Willibald Gluck. Non era più soltanto la ragazza che studiava canto a Venezia: si esibiva ormai su palcoscenici lontani dalla propria città, davanti a pubblici che non conoscevano nulla del suo passato. La sua carriera la portò anche nei Paesi Bassi, dove si presentò come Madame Trenti. Cambiavano le città, cambiavano i nomi, cambiavano le prospettive. Teresa imparava a conoscere un mondo nel quale non bastava avere talento. Occorreva trovare occasioni, convincere le persone, capire i gusti del pubblico e, soprattutto, saper ricominciare.
E Casanova? Anche lui aveva cominciato a viaggiare, a incontrare persone, a sperimentare mestieri e a collezionare avventure. Avrebbe potuto diventare soltanto un ricordo veneziano, uno di quelli che, ripensandoci anni dopo, fanno sorridere e scuotere la testa. Invece il destino — o quella sorprendente capacità che hanno certe persone di ricomparire nei momenti meno prevedibili — decise diversamente.
Venezia, 1753. Teresa e Giacomo si ritrovarono. Erano trascorsi anni dall’episodio di Palazzo Malipiero. Il giovane che aveva rischiato le bastonate per un bacio non era più lo stesso. E Teresa non era più soltanto la ragazza alla finestra. Aveva conosciuto il matrimonio, il lavoro, i viaggi e le incertezze di una vita tutt’altro che tranquilla. Si guardarono con quella curiosità particolare che nasce quando due persone condividono un passato e scoprono di essere diventate quasi estranee.
«Siete cambiato, Giacomo.»
«In meglio, spero.»
Teresa sorrise.
«Non vi concederò una risposta tanto facilmente.»
«Allora non siete cambiata affatto.»
«Oh, io sono cambiata moltissimo.»
«Dovrò imparare a conoscervi di nuovo.»
«Potrebbe essere un’impresa.»
Giacomo la osservò.
«Le imprese difficili non mi hanno mai spaventato.»
Teresa rise e, per un istante, fu come se il tempo avesse fatto un passo indietro. Secondo il racconto di Casanova, fra i due si riaccese l’intimità. Teresa ebbe una figlia, Sophie, della quale Giacomo avrebbe in seguito rivendicato la paternità. Era una pretesa che apparteneva alla sua versione dei fatti e che non possiamo considerare una certezza storica.
Ma neppure quell’incontro ritrovato bastò a trasformare le loro vite in una storia domestica e tranquilla. Del resto, né Teresa né Giacomo sembravano particolarmente portati per le esistenze tranquille. Le loro strade tornarono a separarsi e quella di Teresa prese una direzione che l’avrebbe condotta molto lontano dai palazzi veneziani.
Londra, alcuni anni dopo. Era una sera di festa e a Soho Square sembrava che tutte le carrozze della città avessero deciso di fermarsi davanti alla stessa casa. I cavalli sbuffavano nell’aria fredda, i cocchieri chiamavano i servitori e dalle portiere scendevano dame avvolte in mantelli preziosi, gentiluomini impazienti di essere visti e ospiti che avevano atteso per settimane l’occasione di partecipare a quella serata.
All’interno di Carlisle House, le candele illuminavano specchi, sete e dorature. I musicisti accordavano gli strumenti. Un servitore attraversò in fretta il salone con un’espressione preoccupata.
«Madame, c’è un problema.»
La donna che gli stava davanti non aveva più diciassette anni. Indossava un abito elegante e teneva il capo eretto, con la sicurezza di chi era abituata a impartire ordini e a essere ascoltata. I suoi lineamenti avevano acquistato carattere; il volto, un tempo capace di turbare la tranquillità di un senatore veneziano, apparteneva ora a una donna che aveva attraversato mezza Europa.
«Che genere di problema?»
Il servitore glielo spiegò in poche parole. Teresa ascoltò senza interromperlo, poi indicò la sala accanto.
«Spostate lì i musicisti. E dite al signore che protesta che questa sera avrà tutto ciò che gli è stato promesso, purché mi conceda il tempo di organizzarlo.»
«Sì, Madame.»
L’uomo si allontanò. Teresa si voltò verso il salone. Non si faceva più chiamare Teresa Imer. Per il bel mondo londinese era Madame Cornelys.
Nel 1760 aveva preso possesso di Carlisle House, trasformandola in uno dei luoghi più ricercati della capitale inglese. Ai suoi ricevimenti si incontravano aristocratici, personaggi alla moda e amanti della musica. Si organizzavano concerti, balli, mascherate e intrattenimenti sontuosi. Fra gli ospiti figuravano anche membri della famiglia reale. Nel 1766 Johann Christian Bach e Carl Friedrich Abel diressero concerti nei suoi saloni.
Non bastava avere denaro per partecipare a quel mondo. Bisognava essere ammessi. E Teresa aveva imparato a rendere desiderabile ciò che non era alla portata di tutti.
Si fermò sulla soglia della sala da ballo. Davanti a lei, gli ospiti cominciavano a riempire il salone. Le conversazioni si intrecciavano al suono degli strumenti. Le dame si scambiavano sguardi sopra i ventagli, mentre i gentiluomini cercavano di attirarne l’attenzione. Teresa osservò la scena. A Venezia le era bastata una finestra per attirare gli sguardi. A Londra aveva deciso che una finestra non era abbastanza. Le serviva un palazzo intero.
Per qualche tempo, il nome di Madame Cornelys fu sinonimo di eleganza, spettacolo e divertimento. Chi desiderava trascorrere una serata memorabile voleva essere visto a Carlisle House. Teresa aveva costruito qualcosa che andava ben oltre una sala per concerti. Aveva creato un mondo, un luogo dove, varcando una soglia, le persone potevano dimenticare per qualche ora la propria vita ordinaria e sentirsi protagoniste di una rappresentazione magnifica.
Ma ogni rappresentazione ha un costo. Le candele si consumano, i musicisti devono essere pagati, gli abiti si logorano, gli arredi si rovinano e i servitori attendono il salario. E le persone che applaudono più forte non sono necessariamente quelle disposte a saldare i conti.
Carlisle House richiedeva spese enormi. Teresa inseguiva il successo con l’energia che l’aveva portata lontano da Venezia, ma le difficoltà economiche cominciarono ad accumularsi. Arrivarono i creditori, le richieste di pagamento, le promesse da mantenere e i tentativi di rimettere in piedi un’impresa sempre più difficile da sostenere.
Immaginiamola, una sera, davanti a un tavolo coperto di lettere e conti. La casa è silenziosa. Non ci sono musicisti, né dame ingioiellate, né ospiti desiderosi di essere intrattenuti. Soltanto numeri. Teresa prende un foglio, lo legge e lo posa accanto agli altri. Poi si alza, attraversa la stanza e guarda il salone vuoto. È lo stesso luogo che, poche ore prima, risuonava di musica e risate. Sa come riempirlo di nuovo. Non sa più, però, come pagare il prezzo di quella magia.
Nel 1772 arrivò il fallimento. Le difficoltà economiche e le controversie legali travolsero l’impresa che Teresa aveva costruito con tanta audacia. Per molti sarebbe stata la fine. Per lei, almeno all’inizio, fu soltanto un’altra sconfitta da cui tentare di risollevarsi.
Provò a riorganizzare le proprie attività. Cercò nuove occasioni e nuovi modi per guadagnarsi da vivere. Nel 1776 riuscì persino a tornare, per un periodo, a Carlisle House. Doveva essere strano rivedere quelle stanze dopo averle conosciute nel momento del massimo splendore. Gli specchi erano gli stessi, le pareti conservavano il ricordo delle feste, ma il mondo che le aveva riempite era cambiato. E Teresa non poteva più contare sulla fortuna di un tempo.
Negli ultimi anni visse anche sotto un altro nome, Mrs Smith, e a Knightsbridge vendette latte d’asina, un prodotto allora ricercato anche per le sue presunte virtù salutari. La donna che aveva organizzato balli per l’aristocrazia londinese cercava ora di sopravvivere attraverso un’attività modesta, lontanissima dallo sfarzo dei suoi saloni.
Non sappiamo come Teresa giudicasse quella distanza fra il passato e il presente. Forse ne soffriva. Forse era troppo occupata a trovare il modo di arrivare al giorno successivo per concedersi il lusso della nostalgia. Aveva attraversato tante trasformazioni da sapere che nessuna condizione, per quanto splendida o terribile, era necessariamente destinata a durare.
Eppure, questa volta, la fortuna non tornò.
I debiti finirono per condurla nella prigione londinese della Fleet. Morì lì il 19 agosto 1797, lontana dai saloni che l’avevano resa celebre e dalla Venezia in cui era nata.
Non sappiamo quali pensieri l’abbiano accompagnata negli ultimi giorni. Forse ripensò alla città della sua giovinezza, al teatro, ai viaggi, alle sale illuminate di Carlisle House. Forse ricordò le persone che aveva amato e quelle che l’avevano delusa. Forse le tornò in mente anche un giovane veneziano troppo audace, sorpreso da un senatore geloso e costretto ad allontanarsi sotto la minaccia di un bastone.
Oppure no. Dopotutto, nella vita di Teresa Imer erano accadute così tante cose che Giacomo Casanova poteva benissimo essere soltanto uno dei suoi ricordi.
Di Teresa Imer si potrebbe raccontare soltanto l’episodio veneziano: la ragazza desiderata da un uomo anziano, il giovane seduttore, la scoperta, la gelosia, il bastone. Sarebbe una storia divertente, ma sarebbe una storia terribilmente incompleta. Perché Teresa non fu soltanto una delle donne amate da Casanova. Fu una cantante, una viaggiatrice, un’impresaria, una donna capace di reinventarsi e di conquistare, almeno per un periodo, il centro della vita mondana londinese.
Conobbe il desiderio e l’ambizione, il successo e la rovina. E se la sua storia ci è arrivata anche attraverso le memorie di un uomo diventato celebre per le proprie conquiste, vale la pena ricordare che Teresa non visse per essere ricordata da lui. Visse per conto proprio e, finché le fu possibile, cercò di trasformare la vita in uno spettacolo degno di essere vissuto.
Casanova fu una delle sue avventure. Teresa Imer fu molto di più.
Nota storica
Teresa Imer (1723–1797), conosciuta anche come Teresa Pompeati e Madame Cornelys, fu una cantante e impresaria nata a Venezia. Figlia di un uomo di teatro, da giovane studiò canto e frequentò gli ambienti artistici veneziani.
La relazione con Giacomo Casanova e l’episodio della gelosia di Alvise Malipiero sono raccontati nelle memorie di Casanova, Histoire de ma vie, e ricordati anche nella sua biografia pubblicata dal Dizionario Biografico degli Italiani.
Teresa sposò il ballerino Angelo Pompeati. Nel 1746 si esibì a Londra nell’opera La caduta de’ giganti di Christoph Willibald Gluck. Fu attiva anche nei Paesi Bassi e ad Amsterdam, dove cantò con il nome di Madame Trenti.
Casanova racconta di averla ritrovata a Venezia nel 1753 e, successivamente, ad Amsterdam. Rivendicò inoltre la paternità di Sophie, figlia di Teresa, ma questa attribuzione non può essere considerata storicamente certa.
Dal 1760 Teresa si affermò a Londra come Madame Cornelys, organizzando a Carlisle House, in Soho Square, ricevimenti, balli, concerti e mascherate frequentati dall’alta società. Dopo un periodo di grande successo affrontò controversie legali e difficoltà economiche, fino al fallimento del 1772. Continuò tuttavia a tentare nuove attività. Negli ultimi anni visse anche sotto il nome di Mrs Smith e vendette latte d’asina a Knightsbridge. Morì il 19 agosto 1797 nella prigione londinese della Fleet, dove era detenuta per debiti.
Questo testo è un racconto storico romanzato. I dialoghi, i pensieri attribuiti ai personaggi, i gesti, le atmosfere e alcune scene sono ricostruzioni letterarie. Gli episodi narrati da Casanova sono inoltre presentati nelle sue memorie dal suo punto di vista e non possono essere considerati testimonianze imparziali.
Fonti principali
- Giacomo Casanova, Histoire de ma vie, in particolare gli episodi relativi a Teresa Imer e Alvise Malipiero.
- Nicola Mangini, «Casanova, Giacomo», Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 21, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1978.
- «Cornelys, Theresa», Dictionary of National Biography, 1885–1900.
- Judith Summers, The Empress of Pleasure: The Life and Adventures of Teresa Cornelys, Viking, 2003, per ulteriori approfondimenti biografici.

