
Preferisci ascoltarla? ASCOLTA LA STORIA DI ALICE * 7.36min
Nel 1895 Alice Guy aveva ventidue anni e faceva la segretaria.
Un giorno il suo capo, Léon Gaumont, la portò a vedere una nuova invenzione. In una stanza di Parigi, i fratelli Lumière mostrarono a un piccolo gruppo di persone qualcosa che oggi ci sembra normalissimo e che allora doveva sembrare quasi magia: delle fotografie che si muovevano: Operai che uscivano da una fabbrica, persone che camminavano, scene della vita di tutti i giorni.
Alice guardò quelle immagini e pensò che mancasse qualcosa: Una storia.
Una cosa da fare nel tempo libero
Alice non era una regista. Del resto, nel 1895 essere una regista era piuttosto difficile: il mestiere praticamente non esisteva ancora.
Era cresciuta tra Francia, Svizzera e Cile, era figlia di un libraio e aveva una passione per il teatro e per le storie. Quando suo padre morì e la famiglia si trovò in difficoltà economiche, studiò dattilografia e stenografia e trovò lavoro come segretaria. Fu così che arrivò nell’azienda che sarebbe poi diventata la Gaumont.
Dopo aver visto il cinematografo dei Lumière, chiese al suo capo il permesso di utilizzare una cinepresa per provare a mettere in scena una piccola storia. Gaumont accettò ma a una condizione: che quella faccenda non interferisse con il suo lavoro da segretaria.

Alice cominciò a girare.
Uno dei suoi primi film fu La Fée aux Choux, La fata dei cavoli. La data e le diverse versioni del film sono ancora oggetto di discussione tra gli storici del cinema, quindi è meglio diffidare di chi lo presenta con troppa sicurezza come “il primo film narrativo della storia”. Ma su una cosa non ci sono molti dubbi: Alice Guy fu tra i primissimi cineasti a capire quanto quelle immagini in movimento potessero diventare qualcosa di più di una curiosità tecnica. Potevano mettere in scena personaggi, situazioni, fantasie. Insomma, potevano raccontare.
E quella che doveva essere una specie di attività collaterale diventò presto il suo lavoro.
Alice passò dalla scrivania alla produzione cinematografica e arrivò a dirigere o supervisionare centinaia di film per Gaumont. Sperimentò con il colore, con effetti speciali e con i primi sistemi che cercavano di sincronizzare immagini e suono. Girò commedie, drammi, film fantastici.
Nel 1906 realizzò La Vie du Christ, una produzione insolitamente ambiziosa per l’epoca, con centinaia di comparse e numerose scenografie. A quel punto era difficile sostenere che il cinema fosse soltanto un passatempo da fare senza trascurare il lavoro d’ufficio. Ma la parte della sua storia che preferisco deve ancora arrivare.

Solax
Alice sposò Herbert Blaché, che lavorava anch’egli nel nascente mondo del cinema, e si trasferì negli Stati Uniti. E lì fece qualcosa di ancora più sorprendente. Nel 1910 fondò la Solax Company, una propria casa di produzione. Poco dopo costruì uno studio a Fort Lee, nel New Jersey, quando Hollywood non era ancora diventata il centro dell’universo cinematografico americano. Alice Guy-Blaché era a capo della società.
Scriveva, produceva, dirigeva e aveva idee molto precise su come si dovesse recitare davanti a una macchina da presa.
Negli studi Solax fece appendere un cartello con una frase: BE NATURAL, siate naturali.
Mi piace immaginare quel cartello dentro uno studio cinematografico di più di cent’anni fa. Il cinema era appena nato e già qualcuno aveva capito che, quando una macchina ti guarda, la tentazione è fare troppo.
Nel 1912 girò anche A Fool and His Money, oggi considerato uno dei primi film narrativi conosciuti con un cast interamente afroamericano. Insomma, se ci fermassimo qui, avremmo già una storia niente male.
Una giovane segretaria vede una tecnologia appena nata, intuisce che può servire a raccontare storie e pochi anni dopo dirige film e possiede uno studio cinematografico. Ma non è qui che finisce, perché a un certo punto, Alice Guy-Blaché scompare. Non fisicamente. Dalla storia.

La donna che dovette dimostrare di esserci stata
L’industria cinematografica cambiò velocemente. La Solax chiuse, il matrimonio di Alice finì e nel 1922 lei tornò in Francia con i figli. Provò a lavorare di nuovo nel cinema ma non ci riuscì.
E con il passare degli anni accadde qualcosa di ancora più strano: quando cominciarono a essere scritte le prime storie del cinema, il ruolo di Alice diventò sempre più piccolo. Alcuni dei film a cui aveva lavorato vennero attribuiti ad altri. Molte pellicole andarono perdute. Nelle ricostruzioni dei primi anni della Gaumont, lei compariva poco o per niente.
Immagina che frustrazione! Aver assistito alla nascita di un’arte, di aver passato anni a sperimentare cosa potesse diventare, di aver diretto, prodotto, scritto e poi di aprire un libro sulla storia di quell’arte e non trovarti dentro.
Alice cominciò allora un lavoro singolare: ricostruire la propria esistenza professionale. Cercò i suoi film. Corresse attribuzioni. Scrisse lettere. Mise insieme elenchi. Andò persino alla Library of Congress nel tentativo di rintracciare copie delle opere che aveva realizzato decenni prima. E scrisse le sue memorie.
In pratica, dopo aver passato la prima parte della vita a raccontare storie, trascorse parte della seconda cercando di impedire che la sua venisse dimenticata. Il riconoscimento arrivò lentamente. Nel 1955 la Francia le conferì la Legion d’Onore. Negli anni successivi storici e studiose del cinema cominciarono a ricostruire con maggiore attenzione il suo lavoro. Alice morì nel 1968, a novantaquattro anni.
Oggi il suo nome è tornato nei libri di storia del cinema. Molti dei suoi film sono stati ritrovati e restaurati; molti altri, probabilmente, sono perduti per sempre.
Ma io continuo a pensare a quella ragazza di ventidue anni e alla sua visione.
Le mostrano una delle invenzioni più sorprendenti della sua epoca. E mentre tutti guardano la macchina, lei vede la storia.
Forse è questa la cosa che mi piace di più di Alice Guy-Blaché. Le nuove tecnologie fanno sempre moltissimo rumore. Ci affascina ciò che riescono a fare, quanto velocemente lo fanno, quanto sembrano impossibili rispetto a ciò che c’era prima. Poi, prima o poi, arriva qualcuno che smette di guardare la macchina e si domanda: “Sì, ma che cosa possiamo raccontare?”
Ed è da lì che comincia davvero qualcosa.
ANCORA UNA STORIA?
Se sei arrivato fin qui perché qualcuno ti ha mandato questa storia, potresti essere anche tu una persona irrimediabilmente curiosa.
Una volta alla settimana racconto una storia che vale la pena conoscere. Da leggere o ascoltare.
La prossima arriva domenica.


